LE STORIE ESEMPLARI DI MARIA e GIOVANNI

e LE PROPRIETA’ PSICOTROPE DELL’ALCOL

 

Venne da noi un giorno Maria, una giovane donna di trentadue anni, che da sempre è stata la beniamina dei genitori. In famiglia, da bambina, respirava un’aria ricca d’affetto e di coccole e prometteva molto bene, perché s’impegnava con profitto a scuola ed era sempre gentile ed ubbidiente. Da adolescente aveva mantenuto una condotta irreprensibile e responsabile, tanto che il padre prevedeva per lei un futuro roseo, ricco di soddisfazioni. Conseguì la laurea in Lingue e letterature straniere e si sposò felicemente con Alberto, un bravo ragazzo che aveva conosciuto all’Università.

Rimase presto incinta di Francesco, che diede alla luce dopo poco più di un anno di matrimonio.

Per accontentare il marito ed accudire al meglio il figlioletto, acconsentì di rinunciare al posto di borsista che aveva vinto presso lo stesso Ateneo in cui aveva completato gli studi; ma presto quel regime di vita, fatto di rinunce e sacrifici, cominciò a deprimerla e prese a chiudersi sempre più in se stessa. Si sentiva insoddisfatta e avvilita, le aspettative di donna in carriera che aveva nutrito fin da giovane le sembravano non solo mortificate, ma addirittura svanite per sempre. Era convinta che quello stesso padre, che l’adorava e aveva riposto in lei tanta fiducia, la guardasse con occhi carichi di delusione.

Lentamente, ma inesorabilmente, subentrò in lei una crescente depressione che l’indusse a ricorrere alle cure di uno psichiatra, purtroppo con scarsi benefici. L’angustiava soprattutto il fatto d’aver sacrificato le proprie aspirazioni solo per compiacere il marito, e non riusciva a perdonarsi di questo, considerato che lui l’aveva ripagata tuffandosi nel lavoro e lasciandola sola per gran parte del tempo. Ogni giorno che passava sembrava testimoniare il suo fallimento esistenziale. Era diventata chiusa e scontrosa nel rapporto con gli altri e, quando si sentiva in dovere d’accompagnare Alberto ad una qualche cena tra colleghi, era timida e impacciata come pochi.

Finché un uggioso mattino di novembre, quando l’angoscia ancora una volta stava per assalirla, aprì l’antina d’un armadietto della sala per spolverare i ripiani ed iniziò a fissare con occhi stranamente interessati una bottiglia di liquore che giaceva in disparte, dimenticata da chissà quanto tempo. Provò un’improvvisa attrazione, le venne in mente una battuta di suo padre, quando in una circostanza ebbe a dire che “spesso un buon goccetto ti riconcilia con la vita”. Svitò rapidamente il tappo, versò il contenuto in un bicchiere, chiuse gli occhi e bevve d’un fiato. Tossì più volte per il bruciore che avvertì in gola, ma pochi minuti dopo constatò che si sentiva meglio, che la malinconia, finalmente, allentava la morsa. Subito ne tracannò un altro buon sorso, e poi un altro ancora. Si ritrovò a ridere senza un particolare motivo. Da quanto tempo non lo faceva? Sì, è vero, le girava un po’ la testa e quel gusto non le piaceva, ma cosa contava? L’importante era sentirsi allegra, spensierata, con il buonumore dei tempi andati.

Da quel giorno non seppe rinunciare a quella che diventò ben presto un’abitudine fissa, tanto più che Alberto, ignaro di tutto, attribuiva il ritrovato benessere della moglie al buon esito delle cure. 

Non passò molto tempo che Maria avvertì con rammarico che quei pochi sorsi la mattina non bastavano più a rasserenarla, e allora incrementò la dose, al punto da scolare frequentemente quasi tutta la bottiglia. Fino ad allora era stata abile a mantenere il segreto, ma il marito cominciava a nutrire dei dubbi e la bersagliava con intere serie di domande. Lei negava, s’arrabbiava, l’accusava di calunnie, negava e negava ancora, anche quando un giorno, rientrato anticipatamente a casa dal lavoro, il marito la ritrovò addormentata sul letto vestita, con la casa tutta in disordine e la cena da preparare. Divenne sempre più trascurata, trasandata, giungendo a disinteressarsi anche del figlioletto, che veniva accudito ormai quotidianamente dalla nonna.

L’animo di Alberto era preda di sentimenti contrastanti, oscillava di continuo tra delusione, rabbia, scoramento, preoccupazione e vergogna. Una di quelle sere, esasperato, affrontò la moglie e la mise di fronte alla tragica realtà. Le urlò che era diventata un’alcolizzata, una persona ai margini della società, disprezzata da tutti, ammalata nel corpo e nella mente, irriconoscibile, e che, se non cambiava, sarebbe andata sicuramente incontro alla rovina, trascinando lui e Francesco in un tragico destino. Ogni volta che rincasava la ritrovava ubriaca, se possibile in condizioni ancor peggiori del giorno prima. Disperato, si metteva allora a frugare in tutta la casa e scopriva sempre nuove bottiglie di alcolici nei posti più reconditi e inaccessibili. Maria, quella donna un tempo così brava ed assennata, sembrava insensibile a qualsiasi richiamo, indifferente alla salute propria e dei suoi cari. La tensione crebbe, finché lui giunse a minacciarla che l’avrebbe sicuramente abbandonata. Allora lei si disperò, chiese perdono, ammise di bere troppo e promise di smettere subito. Effettivamente ci riuscì per qualche giorno, ma poi, quando Alberto stava riacquistando a fatica un minimo di fiducia, riprese le sue vecchie abitudini. Il marito non ebbe il coraggio di lasciarla, e così le scenate si ripeterono di continuo, sempre uguali, come in un tragico ed interminabile ritornello.

Giovanni era invece un ventenne introverso, con la vena dell’artista. Faceva parte di un complessino locale, suonava il basso ed era la voce solista del gruppo. Suo padre era morto a 57 anni di cirrosi epatica ed anche il nonno paterno era stato un forte bevitore. Aveva un fratello di circa 10 anni più anziano di lui, sposato, che viveva in un’altra città e che conduceva una vita regolare.

Gli studi non l’avevano mai particolarmente attratto e si era da poco diplomato alle superiori con un anno di ritardo. Ricordo che era di una timidezza sconcertante e non era capace di guardarmi in volto mentre mi raccontava la sua storia. All’età di 18 anni aveva avuto una paresi del facciale e ne era residuata fortunatamente solo una piccola asimmetria della bocca, ma era ossessionato all’idea che gli altri se ne accorgessero e lo prendessero in giro. Aveva avuto una ragazza, ma lei lo aveva lasciato di lì a qualche mese per un altro, accusandolo di avere un brutto carattere. Tale esperienza lo aveva pro­fondamente turbato. La madre era di un’invadenza ossessiva, iperprotettiva, e lo trattava alla stregua d’un bambino, contribuendo non poco a minare la sua autostima.

Da qualche tempo avvertiva un’eccessiva tensione quando saliva sul palco e ben volentieri si scolava ogni tanto un paio di bicchierini di whisky. Gli sembrava così di vincere il blocco emotivo e soprattutto di migliorare i suoi virtuosismi, sicuro di eseguire delle scale musicali degne dei migliori maestri. Non si accorgeva, poveretto, che invece tendeva ad inanellare stecche, creando molto disappunto tra i suoi compagni.

Una sera, al termine di un’esibizione in cui vennero sonoramente fischiati, fu contestato a denti stretti da Giuseppe, il batterista. Giovanni era come al solito piuttosto alticcio e reagì violentemente, colpendolo con un pugno allo stomaco. Ne nacque una furiosa scazzottata, con gli altri amici che tentavano di separare i due contendenti e di indurli alla ragione. Ovviamente quel comportamento gli valse l’allontanamento immediato dal gruppo. Da allora prese a bere molto e quasi ogni sera si ubriacava. Era radicalmente cambiato: da ragazzo taciturno e tranquillo, era diventato un attaccabrighe ben conosciuto dalla gente del rione, e quando rientrava a casa in quelle condizioni sfogava la sua rabbia sulla madre, inveendo contro di lei e minacciandola. Un giorno la picchiò tanto duramente che fu necessario ricoverarla.

Le tristi storie di Maria e Giovanni, lasciate volutamente sospese, sono completamente diverse, ma hanno almeno una caratteristica in comune, e cioè l’evidenza d’un potente effetto su menti e comportamenti esercitato dall’etanolo. Questa è la prima, basilare, riflessione. Non è questo il contesto per approfondire le dinamiche psicologiche che li hanno indotti a bere, ma è evidente che entrambi i personaggi cercavano di trarre dalle bevande alcoliche particolari benefici. Maria chiedeva un sollievo immediato contro la sua grave depressione, Giovanni, a sua volta, un aiuto contro timidezza e insicurezza e, molto probabilmente, contro il dolore cocente della delusione amorosa.

Le vicende vissute dimostrano che l’alcol possiede proprietà psicotrope, ovverosia è in grado di alleviare significativamente i disagi e le sofferenze della mente, attraverso un effetto:

  1. ansiolitico;
  2. antidepressivo;
  3. disinibente;
  4. euforizzante.

Tale sostanza funziona come un potente psicofarmaco, quasi sicuramente il migliore in assoluto.

C’è chi addirittura non ha esitato a definirlo magico. La trappola consiste nella necessità d’aumentare progressivamente le dosi, fino a diventarne schiavi, e il meccanismo che lo sottende è quello della tolleranza, precedentemente citata.

Poiché il fegato è investito dal compito gravoso d’eliminare dosi d’etanolo maggiori del consueto, si attiva il fenomeno naturale della induzione enzimatica, cioè dell’aumento progressivo del numero e dell’attività dei catalizzatori biologici specifici.

Per converso, Maria e Giovanni s’accorgeranno che gli effetti benefici diventano progressivamente meno intensi e duraturi rispetto a qualche tempo prima, per cui saranno costretti ad aumentare le dosi per ottenere gli stessi effetti. Provocheranno così un parallelo incremento della attività enzimatica, determinando l’innesco d’un perverso circolo vizioso che sfocerà più avanti nella dipendenza vera e propria, non più solo psicologica, ma anche fisica. 

Se non esistesse il fenomeno della tolleranza, e quindi della rapida diminuzione d’efficacia, pro­babilmente sarebbero gli stessi medici a prescrivere ai loro pazienti un buon bicchiere di Merlot ogni 6 ore, confidando che tale medicinale, molto gradevole al palato, sarebbe sicuramente ben accetto.

Al lettore attento non sarà sfuggito un altro importante aspetto, che ha davvero del curioso, se non addirittura del sorprendente. L’alcol sembra possedere un’intelligenza farmacologica autonoma. Appare infatti come la panacea di tutti i mali psicologici.

Mi spiego. Maria è triste e giù di morale, e funziona come antidepressivo euforizzante. Giovanni ha una profonda timidezza sociale, ed agisce come disinibente. Ancora, Giovanni vive di tristi ricordi legati alle ormai note vicissitudini sentimentali, e gli concede il sollievo dell’oblio. Se intervistassimo altri personaggi, ad esempio affetti da ansie, constateremmo che è anche un calmante; se ci trovassimo di fronte a persone timorose dei rapporti con l’altro sesso, annoteremmo che infonde coraggio e rende disinvolti, e così via.

Non basta. L’alcol sembra non sbagliare mai diagnosi. Che figuraccia farebbe se eccitasse un ansioso o sedasse un depresso! Davvero un successone, non c’è che dire!

Per la gente comune, il dolore, quello vero intendo, è secondario solo a traumi o malattie fisiche. Si tende generalmente a sottostimare quello psicologico, e a considerare persone deboli e lamentose fino alla noia coloro che parlano delle loro sofferenze affettive. Ci si limita per lo più ad inutili incoraggiamenti o a suggerire, solo per sentito dire, il nome d’un professionista del settore. Ma possiamo testimoniare in piena fede, senza tema di smentite, che chi soffre di questi mali si farebbe tagliare un braccio, pur di provare finalmente un sollievo alle sue sofferenze.   

Ecco perché così tanti poveri individui cadono nella trappola tesa dall’alcol. All’inizio si presenta con il volto del più caro e generoso degli amici, soccorre, consola, aiuta, ma poi si rivela per quello che veramente è, un usuraio senza scrupoli, il più avido che si possa immaginare. In cambio dei favori concessi pretende il bene più prezioso, la vita.

 

N.B. Alcuni concetti principali, quali le proprietà psicotrope dell'alcol, sono trattati in modo più organico in altre sezioni del Sito.