|
L’abitudine al bere sostanze alcoliche risale agli antichi
albori della civiltà umana. Se ne trova traccia fin dai tempi del Paleolitico
superiore (20.000 anni fa), degli Assiro-Babilonesi,
degli Egizi, per non parlare dei costumi e dei miti greci e latini. Perfino la Sacra Bibbia ne
parla, laddove è riportato il famosissimo racconto di Noè ubriaco che si
addormentò nudo, irriso da Cam. Si afferma che la
nostra sia una cultura bagnata, in quanto abbiamo appreso l’usanza, e ne
conserviamo l'abitudine, di celebrare particolari avvenimenti o ricorrenze con
l’assunzione di bevande alcoliche, in un rituale consolidato. Si offre
volentieri un drink agli amici, si brinda alla salute e ai successi, si
festeggia l’anno nuovo in compagnia bevendo calici di spumante, e così via.
L’alcol assume un ruolo facilitatore, distende, induce a socializzare,
contribuisce a creare un’atmosfera spensierata e allegra.
Ma c’è un ma.
Proprio quella stessa umanità, già così prodiga di segnali
compiacenti e benevoli, che pubblicizza incessantemente attraverso i mass media
le virtù benefiche dell’alcol adottando richiami e simbolismi francamente
ammiccanti, assurge a ruolo di censore inflessibile nei confronti di chi
eccede.
Ecco allora manifestarsi in tutta la sua portata il millenario dualismo dell’alcol. Da un lato pozione
benefica e quasi magica, dall’altro veleno brutale per il corpo e per l’anima.
Chi ne rimane coinvolto spesso viene additato,
discriminato, disprezzato. Poca importanza hanno le motivazioni, i trascorsi
personali, quel che conta sono i comportamenti a rischio, vissuti dai più come
una minaccia alla propria sicurezza. I cuori compassionevoli riescono a provare
pena per queste persone, ma anch’essi non possono fare a meno di giudicarle
allo sbando, oneri per la società, individui probabilmente, e purtroppo per
loro, irrimediabilmente compromessi.
Ma c’è anche un altro aspetto da non sottovalutare, è il
timore atavico del diverso, di chi è diventato o sta per trasformarsi in uno
straniero alle nostre leggi e alle nostre usanze, che agisce e comunica in modo
differente e incomprensibile, in netto contrasto con i modelli più diffusi.
Scatta allora inesorabile la censura e, con essa,
l’esilio. Un esilio che però è condiviso, perché chi
beve eccessivamente spesso tende ad emarginarsi, non si riconosce come
parte attiva di un divenire comune, di uno stare assieme, di un vivere sociale,
non condivide interessi ed esperienze collettive.
Nasce così l’idea e la raffigurazione d’un mondo alieno,
il cosiddetto Pianeta Alcol. Un astro la cui
atmosfera è tossica, le cui terre sono brulle e incolte, i cui abitanti vivono
perennemente in uno stato primordiale, nella barbarie e nel caos totale, senza
leggi né convenzioni. I mezzi di sussistenza sono scarsi, per lo più
occasionali; il futuro non esiste, perché la vita può essere stroncata in
qualsiasi momento da malattie, sommovimenti tellurici e predatori famelici,
perennemente in agguato.
Si tratta naturalmente di suggestioni fantastiche, ma la
verità non si discosta molto dall’immaginario. Insistendo su tale metafora,
l’individuo del Pianeta Terra dovrebbe porsi allora alcune
domande fondamentali. Se il Pianeta Alcol è così inospitale, perché
Giovanni e Maria, ad esempio, hanno accettato o addirittura scelto di abitarvi?
Perché sembra facciano di tutto per negarsi ogni possibilità di ritorno? Perché
non si sforzano almeno di migliorare le proprie condizioni? Perché continuano a
rifiutare il nostro aiuto? E’ mai possibile che scelgano di bere e di mettere a
repentaglio la propria vita ogni giorno, quando potrebbero riacquistare la
fiducia, l’amore e la stima? Sono così abbruttiti, impazziti, o che altro?
Qui sta l’arcano, il mistero quasi
inaccessibile, soprattutto per quanti continuano a ritenere Giovanni e Maria
persone ancora pienamente dotate di libero arbitrio.

William
Hogart - Gin Lane (Inghilterra XVIII
secolo)
|