DAL PRIMO ABUSO IN POI

Molto spesso chi pensa all’alcolista immagina le situazioni più estreme di chi vive alla giornata, probabilmente senza una casa e senza una famiglia. Non c’è nulla di più sbagliato di una descrizione di questo tipo: l’alcolista è una persona come tante altre, è una madre o un padre di famiglia, può essere un figlio, un vicino, un collega.

L’Eurispes ha svolto una ricerca su un campione di 270 alcolisti presenti all’interno di gruppi di recupero (AA, ACAT e ANCA) su tutto il territorio nazionale, i dati confermano l’immagine di un Paese fortemente caratterizzato dalla "cultura del bere" e da un atteggiamento di sostanziale tolleranza nei confronti dell’alcol: spesso il primo bicchiere - quasi sempre di vino - si beve insieme ai propri cari, siano essi amici (52,3% dei casi) o familiari (27% dei casi), in occasione di feste e ricorrenze, da solo ha cominciato il 12,2% del campione.

L’assunzione della prima bevanda alcolica avviene anche in giovanissima età, il 31,1 aveva meno di 15 anni, il 32,6% al di sotto dei vent’anni e il 26,3% tra i 20 e i 30 anni. Sono soprattutto gli adolescenti maschi che risultano più precoci rispetto alle loro coetanee.

Il primo abuso, secondo la ricerca Eurispes, avviene intorno ai 15 anni (1,9%) , mentre il 17% lo fa tra i 15 ed i 20 e quasi il 50% tra i 21 ed i 30 anni. Il 10,4% tra i 41 i 50 anni e solo il 2,2% intorno ai 60 anni.

Il 57,4% del campione era con amici, il 26,3% da solo, l’8,9% con familiari: l’assunzione di dosi eccessive di alcol quindi si riscontra più spesso al di fuori del contesto parentale. Sovente, infatti, si raggiunge per la prima volta uno stato di ebbrezza alcolica nell’adolescenza, in compagnia dei propri coetanei o, in altri casi, sperimentando in solitudine il gusto del proibito.

Ci si accosta all’alcol perché si hanno difficoltà ad instaurare rapporti con gli altri, soprattutto nel caso delle donne, che fanno riferimento in principal modo a problemi con il partner o con i propri familiari, mentre gli uomini sembrano più preoccupati dell’approccio con l’altro sesso, anche se ricoprono un peso non trascurabile pure amici e colleghi.

Le persone che abusano delle sostanze alcoliche per "cercare di stare meglio con gli altri" sono il 31,8%: questo dato rimanda al luogo comune che identifica l’assunzione di alcol come un fattore di potenziamento della socializzazione. Alle capacità vere o presunte di questa sostanza fanno riferimento anche le risposte che individuano le cause dell’eccesso alcolico nel tentativo di vivere in uno stato di relax, di maggiore benessere (13%) o nella ricerca di un momento creativo, che allontani dalla noia e dalla monotonia della vita quotidiana (4,1%).

D’altro canto, l’alcol può configurarsi pure come conforto e come fuga dalle difficoltà delle vita, che l’individuo non ritiene di poter affrontare da solo: il 21,5% ha bevuto in modo smisurato perché si sentiva poco amato o poco compreso, il 17,4 % perché stava cercando di affrontare una situazione complicata ed il 5,9% per sopportare il peso di una delusione. Ne nasce una sorta di circolo vizioso, per cui la stessa sostanza che, nelle intenzioni di chi vi si accosta, dovrebbe aiutare a risolvere i propri problemi, diventa essa stessa fonte di nuove e più gravi difficoltà.

Lo stato d’animo che accompagna nel pericoloso cammino verso la dipendenza alcolica varia da soggetto a soggetto; alcuni, forse i più giovani, sembrano aver cominciato ad abusare delle sostanze alcoliche quasi per gioco, senza valutare i rischi a cui andavano incontro (un 28,9% del campione descrive uno stato di euforia ed un altro 14,1% parla di felicità). Altri si accostano al bicchiere per motivazioni diametralmente opposte: per depressione (12,6%) o per solitudine (11,1%), come accade soprattutto a casalinghe, sole (separate, vedove o divorziate), depresse e perciò facilmente inclini a cedere, nella solitudine delle mura domestiche, al richiamo consolatorio dell’alcol.

L’esperienza della alcoldipendenza, però, nella quasi totalità dei casi (il 74,4%) ha lasciato ferite profonde, annientando la vita sociale ed affettiva: l’alcol infatti, oltre a provocare gravi danni alla salute, opera modificazioni sostanziali nei comportamenti e, più in profondità, nella stessa identità di coloro che finiscono col diventarne vittime, finendo col creare una condizione di forte isolamento, imposto dall’esterno (come accade soprattutto per gli uomini) o volontario (modalità più tipicamente femminile).

In alcuni casi l’abuso di tale sostanza può spingere verso comportamenti aggressivi, divenendo origine di violenze familiari, atti di vandalismo, reati di ordine pubblico ed aggressioni dalle conseguenze talvolta mortali, con costi socioeconomici altissimi (il 7% del campione ha avuto esperienza di carcere). Per quanto riguarda la concezione dell’alcol, circa l’86% del campione lo identifica con una malattia, mentre l’86,7% lo paragona ad una droga.

L’immagine dell’alcol e dell’alcolismo che emerge dalla ricerca dell’Eurispes, quindi, contrasta con quello che la società "sana" ci mostra ogni giorno. Non si ha infatti una sensazione di timore, o comunque difficilmente ci si ferma a guardare una bottiglia di alcol con occhi critici. La pubblicità ci insegna soltanto che la bottiglia rende più forti, che si beve in occasioni di festa, in compagnia di amici e parenti, mentre questi sono solo alcuni degli aspetti da tenere in considerazione. Non viene mostrato, infatti, il pericolo connesso agli eccessi alcolici, assai spesso sperimentati con grande incoscienza.

Sovente il primo abuso non rimane un caso isolato, poiché alla prima segue una seconda volta, poi una terza, e di qui in una spirale perversa che porta l’individuo a perdere totalmente il controllo, come accade anche con le altre sostanze psicoattive; il dato più grave risulta essere la difficoltà ad ammettere la propria dipendenza. Il 31,9% del campione, interamente costituito da alcolisti in recupero, risponde infatti di essersi accorto di essere diventato dipendente dall’alcol dopo oltre un anno dal primo abuso, mentre il 59,3% ha raggiunto questa consapevolezza solo dopo molti anni.

Probabilmente è anche per questo che, quando è stato chiesto di dare un consiglio, queste persone hanno fatto spesso riferimento alla necessità impellente di smettere "subito", prima che sia troppo tardi.

Alla base del fenomeno, probabilmente, sta anche un atteggiamento genericamente più tollerante nei confronti dell’alcol che verso le altre sostanze psicotrope: un abuso alcolico è sicuramente considerato, almeno nella nostra cultura, più "normale" e meno pericoloso rispetto all’assunzione di altre droghe, e non è immediatamente etichettato come un comportamento deviante. Diventa allora più difficile intervenire fin dall’insorgere del problema, cosicché l’alcolismo continua a restare un problema fondamentalmente sommerso.