L’ALCOLDIPENDENZA

 

L’alcol e l’uomo

Per cercare di giungere più vicini possibile alla comprensione delle dinamiche che conducono alla alcoldipendenza, sarà necessario per prima cosa cercare di fare un po’ di luce sulle caratteristiche della molecola alcol e su quale sia l’importanza delle relative modalità d’assunzione.

Da una parte la sostanza, dall’altra parte l’uomo.

L’alcol, meglio definito come alcol etilico o etanolo, è una molecola organica molto piccola, con un due soli atomi di carbonio, la cui formula bruta è C2-H5-OH. Grazie alle sue proprietà chimico-fisiche, è in grado di diffondere liberamente nel nostro organismo, non conoscendo al riguardo ostacoli o barriere.

Il termine barriera rispecchia realmente quelli che sono accorgimenti utilizzati dall’organismo per proteggere organi vitali dall’azione di sostanze potenzialmente nocive. Molti conoscono quella emato - encefalica, costituita da meningi e liquido cefalo - rachidiano, che isolano il cervello e il midollo spinale, lasciando filtrare solo determinati composti.

Controprova del superamento di tale difesa è l’effetto euforizzante esercitato dall’alcol.

Tale molecola non viene comunemente assunta pura, ma risulta diluita in percentuali diverse in varie bevande, come vino, birra, aperitivi, amari, superalcolici. La sua presenza, più o meno abbondante, dà origine al cosiddetto grado alcolimetrico (un vino di 12° sarà quindi caratterizzato dalla presenza di etanolo al 12% del totale).

In ogni caso l’alcol etilico conserva inalterate le sue principali caratteristiche, per cui risulta:

  1. tossico;
  2. stupefacente maggiore;
  3. carcinogenetico;
  4. mutageno.

La sola differenza sarà costituita dalla quantità di bevanda necessaria per raggiungere gli stessi effetti dannosi.

Un dato composto è tossico quando è in grado di provocare degenerazioni o malattie, è stupefacente maggiore quando crea dipendenza sia fisica che psicologica, carcinogenetico quando facilita o induce la formazione di tumori, mutageno quando è responsabile di alterazioni importanti a livello genetico, con conseguente rischio di malformazioni fetali.

Dall’altra parte, come si diceva, l’uomo.

Egli può essere:

  1. astemio;
  2. bevitore moderato;;
  3. bevitore eccessivo od abusatore semplice;
  4. alcolista.

Astemi sono tutti coloro che per regola non bevono alcol, sotto qualsiasi forma, e costituiscono in Italia, con una certa sorpresa, una discreta percentuale di popolazione, stimata nell’ordine del 10-20%.

Bevitori cosiddetti moderati o sociali sono invece quanti non superano una determinata dose soglia, indicata alcuni anni fa dall’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) come quella che sembra garantire alla maggioranza della popolazione sana la conservazione dello stato di salute, corrispondente all’equivalente di poco meno di ½ litro di vino leggero, da pasto, per l’uomo e poco più di ¼ di litro per la donna. Successivamente ha, potremmo dire, corretto il tiro, affermando che è consigliabile bere il meno possibile (less is better).

Una volta stabilito concordemente che l’alcol è una sostanza venefica che può essere assunta in dosi moderate solo da persone adulte che non presentino caratteristiche, vuoi personologiche che fisiche, di soggetti a rischio, e una volta che tali raccomandazioni sono entrate a far parte del nostro bagaglio culturale e sono state accettate e condivise, occorreva, senza indurre particolari allarmismi, soffermarsi sul fatto che nessun alcolista ha iniziato la sua carriera bevendo più litri di vino al giorno, ma tutti, senza eccezioni, hanno attraversato una fase, per quanto breve, di bere moderato.

In effetti, solo al termine della vita, si può affermare senza tema di smentita che nel proprio caso la moderazione non è evoluta nell’eccesso. E’ come se dicessimo che quel particolare soggetto è ripreso in una foto istantanea, nel momento in cui beve poco e sta bene. Circa il suo futuro non ci è concesso allo stato attuale avanzare alcun pronostico.

Forse per questo, oggigiorno sta diffondendosi una linea di pensiero più radicale, che ai più può apparire eccessiva, ma che ha una sua indubbia logicità, che distingue i comportamenti dell’uomo in due opposte tipologie, quella dell’astinenza e quella dell’uso di alcol, indipendentemente dalla quantità assunta.

Chi comunque supera, con buona costanza, il limite imposto dalla moderazione appartiene al sottogruppo degli abusatori, che rappresenta la quota di popolazione, stimata intorno ai 5.000.000 di individui, esposta alla cosiddetta dose tossica. In essi l’alcol esercita i suoi effetti dannosi a piene mani, determinando l’insorgere delle più disparate affezioni morbose.

E’ solo un luogo comune quello di ritenere che questo comportamento possa portare semplicemente alla cirrosi epatica, perché non esiste una sola cellula capace di sottrarsi all’azione deleteria dell’alcol.

Come avremo modo di vedere nel prosieguo, il fegato viene interessato più frequentemente di altri organi, perché sviluppa quella che, in un linguaggio divenuto ormai familiare, potremmo definire una vera e propria malattia professionale, alla stregua di operai addetti alla lavorazione di sostanze nocive.

Del pari l’etanolo è assorbito in dosi tali da consentirgli di esprimere appieno la sua attività di stupefacente maggiore. Pertanto chi abusa, seppur inconsapevolmente, si droga, col risultato di sviluppare una dipendenza nel 70-80% dei casi. Come nell’esempio precedente del bevitore sociale, la condizione di abusatore semplice è solo un’istantanea scattata all’improvviso, ma, contrariamente al caso di paragone, il concretizzarsi della dipendenza è praticamente certo.

Alcolista, infine, è colui il quale, agli effetti tossici dell’esposizione all’etanolo, associa profonde trasformazioni a livello neuro - biologico che si traducono nel completo assoggettamento, fisico e psi­chico, alla droga alcol.

Corre l’obbligo, a questo punto, di sfatare un’altra credenza radicata, quella che identifica l’alcolista come quella misera persona che possiamo incontrare agli angoli delle vie, trasandato e senza fissa dimora. Egli lo è con tutta probabilità, ma è un poveretto, ormai giunto alla fine d’un lungo e doloroso percorso irto di miserie e tribolazioni, che l’ha reso praticamente irrecuperabile.

Ci sono invece alcolisti che riescono tutt’ora a gestire importanti ruoli nella società e nel mondo del lavoro, come artisti, funzionari di banca, professionisti stimati, docenti universitari. Non è esagerato affermare che potrebbe trattarsi dell’uomo o della donna della porta accanto, perché le stime parlano di circa 1.000.000, 1.200.000 individui in Italia.

Quando la soglia di moderazione viene superata, non è più la quantità di alcol assunta che fa la differenza. Alcolista non è necessariamente colui che beve smodatamente, ma chi invece instaura un rapporto problematico con l’alcol, che mantiene e difende un vincolo pertinace con la sostanza.

Controprova di tale condizione è il comportamento tenuto dall’alcolista a fronte di una contestazione. Negherà e continuerà a negare di bere contro ogni evidenza, perché l’idea di cambiare radicalmente regime di vita non lo sfiorerà neppure e difenderà strenuamente le sue abitudini, quasi si trattasse di un attacco portato direttamente alla sua persona. Infatti è la gratificazione a breve e medio termine che l’alcol gli sta procurando.

Sperimenterà tristemente più avanti, quando l’azione tossica comincerà a minargli la salute e gli episodi off supereranno di gran lunga per durata e importanza gli episodi on, che, pur volendolo fortemente, incontrerà insormontabili difficoltà a controllare gli impulsi.

Il fenomeno del diniego, talmente diffuso da rappresentare quasi la regola, le bugie, i tentativi di nascondere le bottiglie e di sottrarsi alle cure, i vittimismi e gli eccessi di rabbia, i contegni manipolatori, le promesse ripetute e mai mantenute sono gli atteggiamenti che lo contraddistinguono e che maggiormente scoraggiano familiari ed operatori.

Alcolista, in sintesi, è colui il quale, a differenza del semplice abusatore, pur avendo capito che l’alcol lo sta rovinando sotto tutti i principali profili, quelli della salute fisica e mentale, dei rapporti familiari, sociali e lavorativi, non intende o non può smettere di bere.

L’alcolista è stato per lungo tempo giudicato un vizioso e visto come una persona da allontanare, se non addirittura da temere. Fu all’inizio degli anni ’60 che un ricercatore statunitense, Jellinek, ripropose con precise argomentazioni ciò che Trotter e Rush (medici inglese e statunitense di fine XVIII secolo) avevano già intuito e descritto, sostenendo che l’abuso d’alcol determinava tali e tante trasformazioni a livello neurobiologico da doversi considerare come una vera e propria malattia.

Malattia o disturbo, quindi, e non vizio, capace di portare alla distruzione l’alcolista e l’intera sua famiglia.

 

L’area della gratificazione

Esiste una particolare regione cerebrale chiamata area della gratificazione (A.d.G.), che fa parte del cosiddetto complesso mesolimbico. Trattasi di una struttura che appartiene all’archipallio, cioè al cervello primordiale, quello che l’uomo possiede in comune con gli altri mammiferi. L’A.d.G. soprassiede alla mediazione delle emozioni, alla gioia, alla sofferenza, al sentirsi appagati (gratificati, appunto) e ai relativi comportamenti. Il benessere crea gioia e induce quindi alla ricerca della sua fonte; il dolore, al contrario, determina sofferenza e provoca reazioni di evitamento.

L’A.d.G. è inoltre influenzata da avvenimenti esterni, trattandosi di un complesso funzionale in interrelazione dinamica tra noi ed il mondo che ci circonda.

Il nostro cervello è in grado di sintetizzare numerose sostanze, dette neuromediatori, e liberarle successivamente nell’ambiente interno. I neuromediatori fungono da trasmettitori di segnale e quindi trasportano informazioni, atte a modificare, stimolando o inibendo, definite funzioni cerebrali, con modalità molto complesse ed ancora in parte sconosciute. Si sa di certo che essi vanno ad agire su particolari organi bersaglio, chiamati recettori, attivandoli. L’interazione che si esercita tra neuromediatore e specifico recettore determina l’effetto. L’elevata concentrazione di un particolare neuromediatore, la dopamina, stimola positivamente l’A.d.G., con effetti euforizzanti.

L’alcol interferisce con questa regolazione del tono dell’umore, provocando una anomala secrezione di dopamina, del tutto scollegata dalla realtà. In altri termini, induce uno stato di benessere chimico, una vera e propria felicità virtuale, effimera, ingannevole e sicuramente pericolosa.

 

Il bio-feedback, l’induzione enzimatica e la tolleranza

Il nostro corpo è dotato di due organi che svolgono vitali funzioni di depurazione: il rene e il fegato. Il primo agisce come un filtro “intelligente” ed elimina le scorie metaboliche praticamente immodificate; il secondo assolve mansioni più complesse ed è paragonabile ad un’industria chimica. In altri termini cattura le varie sostanze e le trasforma in altre o le “inerta”, legandole a molecole che lui stesso provvede a sintetizzare, attraverso i cosiddetti processi di coniugazione e glicuronazione, e le elimina successivamente nell’intestino attraverso la bile.

Dobbiamo inoltre considerare che il nostro fisico è retto da un sistema di autoregolazione (bio-feedback) che potremmo definire, mutuando un’espressione gestionale, di tipo incentivante. In questo complesso sistema organizzato per isorisorse, vengono privilegiate determinate attività ed inibite delle altre, secondo una legge ferrea che stabilisce che una richiesta crescente potenzia la relativa prestazione. E’ il razionale dell’allenamento, dove l’atleta ginnico, ad esempio, ottimizzerà talune caratteristiche, quali struttura muscolare, efficienza cardio-respiratoria, coordinamento motorio, agilità, mentre, al contrario, la persona sedentaria tenderà ad infiacchire sempre più.

Il bio-feedback esercita inoltre altri tipi di controlli. Un sistema recettoriale sofisticato è deputato alla decodificazione ed alla interpretazione di numerosi parametri, quali, per fare cenno solo ad alcuni tra i più conosciuti, pressione arteriosa, concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nel sangue, glicemia. Il rilievo di valori fuori range innescherà tutta una serie di reazioni atte a riportare nei limiti di norma le alterazioni.

Il fegato, dunque, è sede elettiva dei processi chimici di smaltimento e trasformazione di alcuni prodotti che vi giungono per lo più per via digestiva, attraverso il cosiddetto circolo entero-epatico, o, più raramente, direttamente per via ematica.

Quest’organo si serve all’occorrenza di particolari e specifici complessi proteici che provvede egli stesso a sintetizzare, gli enzimi. Essi, al pari dei catalizzatori inorganici, consentono il realizzarsi di una data reazione chimica che altrimenti non avverrebbe affatto, o che comunque richiederebbe tempi e condizioni incompatibili.

Avremo modo di descrivere più avanti in maggior dettaglio questi processi; qui è sufficiente ricordare che, in sintonia con quanto è stato descritto in precedenza, i sistemi enzimatici coinvolti saranno adeguatamente potenziati, laddove ci trovassimo in presenza d’un soggetto che abusa d’alcol. Per risultato avremo che, se il fegato non è danneggiato, una determinata dose d’etanolo verrà demolita in un tempo inferiore, rispetto ad individui di controllo che bevono regolarmente meno.

Tale fenomeno viene chiamato tolleranza, e sta alla base delle dipendenze.

Paradossalmente, possiamo constatare con amarezza che proprio il meccanismo difensivo per eccellenza, deputato a rimuovere il più velocemente possibile dall’organismo le sostanze tossiche e nocive, risulta essere fra gli attori principali nel determinismo di una delle piaghe sociali più gravi e diffuse di ogni tempo: l’alcolismo.

Le vicende vissute da chi ha sperimentato il dramma della dipendenza da alcol hanno un denominatore comune: l’evidenza d’un potente effetto su menti e comportamenti esercitato dall’etanolo. Esso infatti possiede potenti proprietà psicotrope, ovverosia è in grado di alleviare significativamente i disagi e le sofferenze della mente, attraverso un effetto:

  1. ansiolitico;
  2. antidepressivo;
  3. disinibente;
  4. euforizzante.

Tale sostanza funziona come un potente psicofarmaco, quasi sicuramente il migliore in assoluto.

C’è chi addirittura non ha esitato a definirlo magico. La trappola consiste nella necessità d’aumentare progressivamente le dosi, fino a diventarne schiavi, e il meccanismo che lo sottende è quello della tolleranza, precedentemente citata. Poiché infatti il fegato è investito dal compito gravoso d’eliminare dosi d’etanolo maggiori del consueto, attiva il fenomeno dell’induzione enzimatica, cioè dell’aumento progressivo del numero e dell’attività dei catalizzatori biologici specifici.

Chi ne fa uso s’accorgerà che gli effetti benefici diventano progressivamente meno intensi e duraturi, per cui sarà costretto ad aumentare le dosi per ottenere gli stessi effetti. Provocherà così un parallelo incremento dell’attività enzimatica, determinando l’innesco d’un perverso circolo vizioso che sfocerà più avanti nella dipendenza vera e pro­pria, non più solo psicologica, ma anche fisica.

Ecco perché così tanti poveri individui cadono nella trappola tesa dall’alcol. All’inizio si presenta con il volto del più caro e generoso degli amici, soccorre, consola, aiuta, ma poi si rivela per quello che veramente è, un usuraio senza scrupoli, il più avido che si possa immaginare. In cambio dei favori concessi pretende il bene più prezioso, la vita.

 

La dipendenza da etanolo

L’abuso della droga alcol comporta il rischio reale di una vera e propria dipendenza. Il percorso di vita che conduce a tale situazione si sviluppa su un piano inclinato, in pendenza leggera e inavvertita. L’alcolista, pertanto, nella maggior parte dei casi, non è minimamente consapevole di quando essa abbia avuto origine, e spesso ne prende tristemente atto solo quando, per i motivi più disparati, cessa bruscamente di bere e sviluppa sintomi d’astinenza acuta.

L’alcolismo è l’espressione di una dipendenza sia fisica, che psichica dall’etanolo. Tutti e due gli aspetti sono presenti contemporaneamente, ma in percentuali differenti da persona a persona. Ci sarà chi presenterà una dipendenza prevalentemente fisica, e chi, al contrario, ne presenterà una prevalentemente psichica.

Nel primo caso, finché possibile, il compenso si realizza grazie ad una reazione a livello di funzione cellulare, per cui il fisico si trova sbilanciato in senso eccitatorio per contrastare la sedazione indotta dall’alcol. Ne risulta che tale soggetto ha necessità di bere quotidianamente per mantenere uno stato di equilibrio.

Pertanto il prototipo della persona con dipendenza prevalentemente fisica è colui il quale assume alcolici abbondantemente tutti i giorni, perché ne ha necessità.

Nel secondo caso, invece, è maggiormente coinvolta la sfera emotiva. La dipendenza si sviluppa per soddisfare richieste d’ordine prevalentemente psicologico (proprietà psicotrope dell’alcol). Il prototipo è colui il quale è capace di mantenere l’astinenza per discreti periodi di tempo senza particolare difficoltà, che non beve tutti i giorni, bensì quando ne ha bisogno per problemi contingenti, e quindi a crisi, ma che tende caratteristicamente a perdere il controllo.

La dipendenza fisica, per quanto grave, cessa dopo una decina di giorni di astinenza, mentre quella psicologica dura tutta la vita. E’ per questo motivo che le più diffuse Associazioni di auto-mutuo-aiuto (C.A.T. – A.A.) attuano programmi di riabilitazione alcologica di lunga durata.